"Sono entrato nella tenda, tremavo come una foglia. Ero convinto che Stefano avesse fatto la mia stessa strada. Lo abbiamo aspettato. Arriverà prima o poi, ci dicevamo con Daniele. Dopo due ore sono uscito dalla tenda per cercarlo. Ho fatto 15 metri: non vedevo nulla, nemmeno la mia tendina: il vento fortissimo impediva di respirare. Sono tornato dentro. Se fossi rimasto fuori sarei morto. Eravamo in ansia per Stefano ma certo non rassegnati. Stefano è una guida alpina come me, si sarà costruito una truna, avrà trovato riparo in una buca delle neve, pensavo tra me e me. Domani mattina lo rivedremo, ci siamo detti con Daniele".
E' solo uno stralcio del drammatico racconto di Mario Vielmo, scalatore vicentino che insieme a Stefano Zavka nella giornata di venerdì ha raggiunto la cima del K2, la seconda vetta più alta del mondo con i suoi 8611 metri. E' il giornalista Claudio Tessarolo, inviato del Giornale di Vicenza e membro della spedizione Mountain Freedom a ricostruire i momenti più drammatici della vicenda.
"Mario Vielmo arriva al campo base, stravolto dalla fatica, ancora con la tuta d'alta quota addosso, non esulta. Cerca una spalla amica e si mette a singhiozzare. Le lacrime scorrono su un viso bruciato dal sole e dall'aria sottile degli 8611 metri del K2. Non c'è gioia nello sguardo dell'alpinista vicentino. Soltanto tristezza e tanta, tanta amarezza".
Dopo aver raggiunto insieme la vetta, con Vielmo che parla anche delle condizioni fisiche "eccellenti" di Zavka, in grado di raggiungerlo in vetta dopo aver recuperato decine di metri con passo sotenuto, i due hanno preso il percorso di discesa. Il "traverso", un ripido pendio di ghiaccio durissimo da attraversare con mille precauzioni, e poi il "collo di bottiglia". Zavka in un primo momento era davanti e Vielmo dietro di lui. Finchè il vicentino, in preda a un principio di congelamento alla mano destra e all'alluce sinistro, chiede strada al compagno per accellerare il passo. Di tanto in tanto, racconta, si volta indietro per controllare che la luce di Zavka sia alle sue spalle. Finchè, all'inizio del collo, "da lì in poi è stato l'inferno. Si è alzato un vento fortissimo, di non meno di 80 chilometri all'ora. Non ho più visto niente, la neve mi bruciava gli occhi, mi impediva di respirare. Sul plateu mi sono perso, non ho più visto le luci di campo quattro. Allora ho chiamato Daniele con la radio, mi ha salvato la vita esponendo all'esterno della tenda una pila".
La radio, che invece Stefano non aveva. Quella radio che ha salvato la vita a Vielmo e che l'organizzazione non aveva previsto di dare in dotazione anche a Zavka e a Fait (il quarto membro della spedizione che ha rinunciato all'attacco alla vetta a 500 metri dalla cima ritornando in tempo al campo 4).
Il racconto del giornalista di Vicenza si chiude con la più drammatica delle ipotesi. "Potrebbe essersi fermato per stanchezza - scrive Tessarolo - oppure è caduto sul collo di bottiglia, complici la stanchezza e il vento fortissimo levatosi in quel momento. O magari ha perso l'orientamento sul plateu finale, vera trappola mortale per tantissimi alpinisti che dopo aver toccato la cima del K2 non sono più tornati".

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