riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Riccardo Giubilei, presidente della Federazione Italiana Triathlon, riferito all'investimento di un ciclista sulla Marattana

Ancora sangue sulle strade della nostra città, ancora un ciclista che lotta tra la vita e la morte a causa di un incidente che si doveva evitare. E’ successo domenica, di ritorno dal classico “lungo” in bici. Chissà l’angoscia che devono aver provato la giovane moglie e i due bambini non vedendolo tornare a casa dall’allenamento. Il telefono muto e quel senso di ansia che cresce di minuto in minuto. E l’assurdo è tutto qui: immaginare che, per andare a farsi un giretto in bici, si possa rischiare la vita. Perché è esattamente quello che accade, ogni giorno, ogni volta.

E così la nostra città, perfetta da vivere su due ruote, diventa ancora scenario di tragedia e disperazione. Continuiamo a ripetere che fare sport incide sulla qualità della vita di tutti, sulla crescita equilibrata delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi e sulla visione moderna e consapevole del rispetto dell’ambiente. Belle parole. Tutte belle e vuote parole, se, ogni giorno, siamo costretti a fare i conti col rischio di finire in un letto d’ospedale, a lottare tra la vita e la morte.

E’ sempre una questione di secondi e di centimetri: i secondi che si perdono ad evitare un sorpasso avventato ed i centimetri che separano dall’impatto o dallo spostamento d’aria che ti fa perdere comunque il controllo e ti sbatte a terra. E l’asfalto, credetemi, fa male. Tanto male. Quasi quanto la disperazione di un bambino che non vede tornare a casa il proprio papà o di un genitore che non può riabbracciare il proprio figlio.

Sono talmente tanti gli incidenti, più o meno gravi, che quasi si rischia di anestetizzarsi. Oltre 230 morti all’anno: una strage. In Italia, quando va bene, un ciclista muore in un incidente ogni due giorni. Chi esce in bici però lo sa bene che basta un attimo, che ogni volta rischia la vita ed è assurdo, tragico, semplicemente angosciante.

E badate bene, accade anche quando si pedala rigorosamente sul ciglio della strada, da soli, con la cautela massima ed il rispetto del codice, con la lucina lampeggiante ben accesa sul retro sella, il casco allacciato e la mente pronta. Chiunque abbia mai pedalato, ha provato l’esperienza di vedersi sfrecciare accanto un’auto o un camion a pochi centimetri; ha stretto forte il manubrio e pregato che quel vento di risucchio non lo gettasse a terra, con il rischio di finire fra le ruote. Ed è rimasto a tremare per un bel po’, con gli occhi sbarrati e il fischio del pericolo ancora nelle orecchie.

Molte volte è la mancanza di pazienza, il non voler perdere pochi secondi a fare la differenza, sempre è la certezza che il ciclista è indifeso, in equilibrio su mezzo centimetro di gomma gonfiato ad 8 atmosfere, dedito a schivare buche, dossi, radici e tutto lo sporco che c’è sul ciglio della strada.

I successi che tanto ci inorgogliscono, le vittorie che ci fanno urlare di gioia, le imprese sportive che entrano nella storia, le medaglie e le emozioni più grandi nascono da questi allenamenti quotidiani. Tutto nasce sulle strade di provincia, dal sudore di ragazzi appassionati che fanno lo slalom tra compiti, allenamenti, amici e famiglia, cercando di farci stare dentro tutto. In uno sport che, per i più, non ha miraggi di guadagni milionari o di ribalte mondiali, ma fatica, sudore, e sacrificio. E se il sogno non arriva, si continua a pedalare, da adulti. Per passione, per abitudine, per sentirsi bene. E non si può rischiare la vita tutti i giorni per questo. Non si può.

Da Presidente della Federazione Italiana Triathlon potrei rivolgermi al Sindaco, al mio compagno di banco di un tempo, per chiedergli di installare sulla Marattana altri rilevatori di velocità. Sarebbe il caso, a tutela di tutti. Perché su quella strada pedalano i nostri figli e perché siamo stanchi di piangere il dolore di una perdita assurda, in attesa del prossimo incidente. Perché il rispetto dei limiti di velocità, l’attenzione alla guida, l’utilizzo sconsiderato del telefono cellulare o la poca considerazione della distanze fanno davvero la differenza. E’ una questione di cultura.

Aiutateci a fare questo passo in avanti vero il rispetto della vita, usate tutta la cautela sulla strada, che è di tutti. Pensate sempre che, alla guida, rispetto ad un ciclista avete per le mani un’astronave. Pensate che basta un secondo a spegnere i sogni e la vita di una persona ed a disintegrare la gioia di una famiglia. Pensate che spesso dipende solo da voi.

Noi continueremo a spiegare ai nostri atleti che rispettare il codice della strada è essenziale e che la cautela non è mai abbastanza, aspettando qualche segnale concreto dai nostri amministratori e confidando sulla responsabilità dei guidatori. E speriamo che questo nostro triatleta ce la faccia e possa tornare tra le braccia della moglie e dei suoi figli. E’ il regalo più bello possa avere la nostra Comunità di sportivi per questo Santo Natale.

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