In Piazza della Repubblica arriva il solito gruppo. C’è anche Jessica, moglie e mentore dello squalificato Damian, dalla quale si attendono suggerimenti per il consorte al fine di evitare i cartellini rossi. Marco Barbini ha già il menu pronto, solo che, stavolta, si è poco sbizzarrito e ha proposto, per pranzo, riso e bresaola.
Oggi ci dedichiamo al numero 5, Danilo Greco da Canicattì, città natale e ultima squadra nella quale ha militato prima di arrivare a Orvieto. Conta, soltanto, ventitré anni, ma la sua storia calcistica è già ricca di d capitoli. Pensa già al prossimo, tutto da scrivere, animato dalla voglia, invidiabile, di conoscere e provare cose nuove, inseparabile compagna. Come quando decise, ultimato il percorso scuola calcio nella Mithos, gestita dal padre, ex calciatore, di trasferirsi alla Gattopardo di Palma di Montichiari. La decisione si rivelò giusta per l’approdo all’Akragas, alloara militante in Serie C. Nicola Le Grottaglie, grande ex della serie A e, al tempo, allenatore della squadra agrigentina, lo notò subito e, con buona pace degli addetti al settore giovanile, lo fece trasferire alla corte della prima squadra, accorciando, di fatto, la trafila nelle giovanili. Ormai aggregato stabilmente, esordì in serie C, giocando tredici minuti a Martinafranca. Cui fecero seguito partite complete, cinque a conclusione della stagione. Periodo, considerato da Danilo, un punto nodale della carriera: “Essere nella rosa di una prima squadra prof aiuta molto. Vedi cosa fanno e come. Ascolti i consigli, correggi certi atteggiamenti, parli a persone con una storia calcistica alle spalle, alle quali fa piacere dispensare suggerimenti. Insomma, se possiedi la passione e non rifiuti i sacrifici, si tratta di un corso di formazione completo”.
Iniziava a pensare in grande, prima della tegola che non ti aspetti. Il tecnico subentrante manifesta, nei suoi confronti prende in considerazione, la panchina, sempre calda, che si arroventa fino a bruciarti le parti intime, segno inequivocabile che, mettendo in conto i tanti sacrifici, tra i quali la frequenza agli studi sempre a singhiozzo, era arrivata l’ora di cambiare aria. Ecco il ritorno, da calciatore sconfitto, a Canicattì. E’ deluso, arrabbiato, ha tanta voglia di giocare e non demorde. Mette in fila le cose da fare, secondo priorità, si prende il suo bel diploma di Ragioniere iscrivendosi, poi, alla facoltà di Scienze Motorie dove consegue buoni risultati. Il pallone è ancora tra le scelte e ha tanta voglia di rifarsi. Riparte dall’Eccellenza, dai derby infuocati del calcio siciliano, dove si finisce per sentirsi giocatore importante , vuoi per il calore, vuoi per le presenze di pubblico, con cifre a tre zeri all’ordine del giorno,. Al derby fra Canicattì e Nissa, il più sentito, sei seguito, in trasferta, da oltre cinquecento persone. Ogni tanto ripensa alla serie C, ai consigli di Almiron, Galfano, dello stesso Le Grottaglie. Custoditi, gelosamente, in un cassetto della memoria. E’ impaziente di metterli in pratica per cercare il ritorno in categorie che crede di meritare: “ Considerate le prime prestazioni con l’Orvietana, è probabile abbia ragione. E’ lui a frenare: “ Le qualità bisogna dimostrarle sul campo. Il passato non conta”. Pare di capire che consideri Orvieto il suo nuovo trampolino di lancio: “Sono sincero. Quando ho fatto la scelta di lasciare la Sicilia pensavo proprio a questo. Se riuscirò a far bene, spero ne guadagni anche l’Orvietana, alla quale, già da ora, sono molto affezionato. Attenzione, però. Abbiamo vinto tre partite ma il cammino è appena iniziato. Le prossime serviranno a chiarire meglio il nostro reale valore. E’ la squadra che conta, per far emergere le qualità dei singoli”.
A casa sua si mangia calcio a tutte le ore. La mamma cosa dice?: “Subisce, poverina”. Racconta del padre elogiandolo per il modo in cui ha seguito la sua carriera: “ Ha sempre rispettato le mie scelte, anche quelle rivelatesi sbagliate. Il futuro si costruisce prendendo spunto anche dagli errori commessi – mi dice sempre ”.
Per scegliere proprio Orvieto hai chiuso gli occhi e puntato il dito sulla cartina oppure: “ E’ stata una coincidenza. Un procuratore, conosciuto da un mio amico, calciatore anch'esso, conoscendo Arcipreti ha fatto il mio nome. Con il D.G. dell’Orvietana l’accordo è stato facile. Mi è subito parsa una persona che sa di calcio, con idee molto chiare. Il primo contatto con l’allenatore ha confermato tale sensazione. Il mister è persona schietta, che sa far gruppo e conosce a fondo il calcio. Sono qualità importanti per capire i giocatori in ogni momento e gestirli di conseguenza. La preparazione della partita? Dettagliata e niente è affidato al caso. Entrando in campo, sappiamo già dove cercherà di colpire l’avversario e abbiamo pronte le contromisure. Conosciamo i loro punti di forza, come le debolezze. In questo modo c’accompagna la tranquillità ed è già un vantaggio. Nei 270’ giocati, se guardi bene, non abbiamo mai sofferto. Però, ripeto, non abbiamo fatto ancora nulla”.
L’Orvietana anticipa a sabato la trasferta di Branca: “ Come dicevo, la partita di sabato come quelle giocate prima, la stiamo preparando con la consueta meticolosità. Attenzione, però. Conoscere chi abbiamo di fronte non la renderà più facile. Dobbiamo mantenere la guardia alta, per evitare brutte sorprese”.
Il modo in cui stai in campo e quello che fai ricorda, un po’, Hugo Colace, argentino, molto più avanti con gli anni rispetto a te, cui piaceva rimarcare come un giocatore che riceve la palla deve già aver chiaro dove indirizzarla:
“E’ il ruolo che porta a ciò. La zona del campo che occupo è abbastanza trafficata e si ha poco tempo per pensare. Per fare la giocata giusta occorre conoscere già il da farsi. Poi, molto spesso, conoscere i movimenti preferiti dai miei compagni aiuta. Se vedo Guazzaroni, cercherò di mettere la palla in profondità. Diverso per Sciacca o Vicaroni che preferiscono avere il pallone addosso”.
Quando sei in copertura, riesci a trovarti sulle linee di passaggio:
“Seguo la linea del mister, che chiede recuperi veloci della palla e, di conseguenza, meno affanno nelle rincorse. Vero, però, che mi piace tappare i buchi, allorché qualcuno dei nostri si trovi, in quel momento, fuori posizione”.
Chiudiamo il defilè con il tuo mancino. Abbiamo già sfogliato tutto il catalogo, calcio d’angolo, rigore, appoggi e qualche gol o manca ancora qualcosa?
“Diciamo che i gol fatti finora non fanno parte del repertorio abituale. In massima parte li ho realizzati con tiri da fuori e su calcio piazzato. Quelli che più mi si addicono – dice sorridendo – devono ancora arrivare”.
Ultima domanda, stavolta “cattiva”. Se l’Orvietana mantenesse la classifica attuale fino al termine del campionato, per quello che hai detto, rimarresti a Orvieto, in serie D?
“Sicuramente. Qui, come già detto, mi trovo benissimo. Gli elementi per far bene non mancano e quando un tesserato (giocatore) è a posto mentalmente diventa tutto più facile. Noi viviamo per la domenica. Se la settimana scorre veloce e la domenica arriva presto, è sempre più bello. Al contrario, se non ti trovi bene con l’ambiente, i compagni, l’allenatore o con la Società, affrontare le partite diventa veramente duro. A Orvieto si sta bene e l’Orvietana può fare assai”.

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